Seminare, Fata Smemorina, seminare

Mi ritrovo alle 18.00 dopo un ennesimo intero giorno dove ho provato a chiamare, riordinare nomi e informazioni, a  organizzare appuntamenti, a progettare incontri e idee, confermare ordini e ascoltare le lamentele dei clienti scontenti cercando di far sembrare tutto più leggero e facile da risolvere, intanto mettere le basi dei nuovi progetti. Mi pare di non combinare un tubo di niente! Semino con cura, ma poi arriva la tempesta, spazza via tutto, spezza i germogli, oppure arriva la siccità, che secca le piantine e poco o niente si salva. Quello che sopravvive alle avversità è certo forte, ma deforme e non darà frutti, se non dopo molto tempo. Nel frattempo, come dice il proverbio con tono sarcastico: ” una è morta, ad aspettare!”
Leggo libri, uno in particolare , sebbene sia un libretto da spiaggia, nulla di che, mi ha toccato, perchè la protagonista è molto simile a me. Corre, impazzita di qui e di lì, viene più volte beffata dal destino e dalle circostanze, è malata di Facebook, di agende elettroniche, e sogna. Le pare che la sua vita sia comunque perfetta, e prende una sbandata per uno “sconosciuto” che le fa un’intervista online, salvo poi scoprire che è il proprio marito che vedendosi smarrito e vendendola smarrirsi nei vicoli ciechi di una vita inesorabilmente sorda e insensibile, escogita un gioco pericolosetto, ma che porta al solito “e vissero tutti felici e contenti”.
Ecco… Io mi sento così… Sto perdendo da tanto tempo pezzi di me che non so più dove sono finiti, o a cosa mi servivano, non riconosco il perchè di certe scelte, sento solo la sensazione di vuoto che hanno lasciato. La crisi interiore che crea ogni vuoto lasciato dai pezzi persi, dimenticati, sogni accantonati, speranze vane, rancori nati dalle migliori delle intenzioni e delle idee, discussioni tanto inutili quanto dolorose, è profonda e buia. Eppure c’è un qualcosa che mi fa andare avanti, ogni volta. In questo momento però c’è un non so che che fa la differenza. Sarà l’età, saranno le troppe illusioni sciolte come la neve al sole, sarà che dopo un pò veramente non ci credi più, ma ora a ogni sogno/progetto/pensiero fatto in questo momento li guardo con diffidenza, quasi con astio. Perché se anche uno di questi progetti andranno a scemare, se anche uno di questi pensieri troverà un muro di gomma su cui rimbalzare e volare via nel vuoto assoluto dell’universo, se dovrò riconoscere che ciò che ho pensato si rivela inutile…beh se così sarà io voglio essere preparata, con il giusto cinismo, con il distacco amaro di chi se lo aspettava, di chi sa che i sogni son desideri, ma che i desideri sono e rimangono solo sogni e i sogni a volte non si avverano, checché ne dica la brava e buona Cenerentola! 
Io ho chiesto, ho pregato, ho messo tutta la mia fede, ora tocca a Chi di dovere….poi ringrazierò! Tanto ho visto che dire grazie a vuoto, poco vale e ti impoverisci, alla fine! Ti svuoti, arrivi esausta, e non hai nemmeno più voglia di vivere da tanta stanchezza e dolore hai accumulato. Quindi sarò parsimoniosa. Starò ad aspettare, valuterò i risultati, e ringrazierò solo e se ne varrà la pena. Tanto la sopravvivenza, oramai è il mio stile di vita. Non tanto la sopravvivenza economica, ma quella del sentimento buono, della gioia di vivere, del bene, dell’amore, della pace fraterna. Tanto lo dice pure Smemorina, la fata buona di Cenerentola: “anche i miracoli richiedono del tempo”. Quindi aspetto…

Intanto mettiamoci pure un pò di Ho’oponopono
nel frattempo, che male non fa! 
Male non fa…. 

un consiglio….forse inutile. Un ‘Opportunità da cogliere, forse

Un consiglio , forse inutile: 
Non fermarti quando
sei stanco, fermati quando sei arrivato in fondo…..!!!!!

Letto poco fa su Facebook, sulla bacheca di Lorenzo Bernardi.

certo…l’istinto di sopravvivenza, ti farà andare avanti, fino in fondo…
ma io sono veramente stanca…tanto tanto tanto tanto stanca

e non vedo il fondo, oltre ad essere tanto stanca

ho letto un libro divertente, la protagonista era un 44enne.
il marito, che non la guardava e non la cercava più, che perde il lavoro
il suo, di lavoro, che è precario
i figli adolescenti che ne combinano tante 
amiche che sostengono e spronano, anche duramente
e un sacco di similitudini con la mia vita ( e quella di molte altre donne) 
il lato divertente è il modo in cui è scritto, sempre con un sottile senso dell’ironia di fondo, sempre con la consapevolezza che che quello che stava accadendo era forte, ma che una soluzione c’è e la certezza che, nonostante la crisi di coppia, guardandosi negli occhi i due si sarebbero riconosciuti e ritrovati.
Un libro da spiaggia, letto in breve tempo, nei ritagli di tempo. 
L’ho terminato domenica pomeriggio e come spesso accade  chiudo l’ultima pagina e mi chiedo ” e adesso? come faccio?”
Sono andata in stanza e ho preso un libro che mi è stato regalato da una gran donna , amica di Fb. Parla di città, di racconti,incontri, amori aneddoti legati alle città. Ma io non amo viaggiare.
io ho bisogno di radici
e come ho sempre sostenuto queste radici, non le sento, sono troppo deboli
Mi viene suggerito nuovamente di CREDERE che tutto si sistemerà

io non ho questa certezza, e questi sono giorni di pianto, di nodi in gola, di parole strozzate dalla paura, dal terrore, che tutto finirà male
meglio lasciare messaggi o non dire altro
meglio evitare
in fin dei conti ho imparato da lui, proprio quello da cui aspetto un abbraccio, un sostegno, un segno, un cenno, una mano allungata per aiutarti a fare il passo successivo, a scappare  a essere sfuggente, a non dare risposte, a far finta di non aver sentito o capito

Ieri ci è stata fatta proposta, data un’ opportunità. Io ho chiesto cosa ne pensava, ha mugugnato qualcosa che non ho ben capito, appena finito di bere l’aperitivo con la coppia che ci ha sottoposto la loro idea. Ho paura che il mio umore pessimo, le mie preoccupazioni, mi abbiano fatto sembrare quella che non sono, chiudendo la porta sul progetto. Ma vi garantisco che avevo solo voglia di piangere….
Più tardi,a casa, lui ha chiesto a me cosa ne pensassi. Io ho fatto finta di non aver sentito e sono andata a dormire, sperando di essere raggiunta da lui e abbracciata e rassicurata.
Così non è stato
Così non mi resta che continuare ad andare avanti, passo dopo passo e arrivare in fino fondo. Se poi sarò sola o no…questo al momento non mi è dato di saperlo….no…

bisogno di … ENDURANCE

Ho
bisogno di dolcezza, diceva poco fa una mia amica in Facebook, forse.
O forse ho bisogno di una medicina, piuttosto
Come quelle che si prendono quanto hai male da qualche parte, gli antidolorifici o gli antiinfiammatori, quelli che il
dolore fisico lo attenuano, lo tolgono, lo guariscono.
Ma è l’altro dolore che non riesco a
contenere, accettare, e sopportare…quello che si porta via la speranza che
prima  o poi le cose andranno bene. Quello che nasce dalla continua lotta contro le intemperie che colpiscono la nave che stai guidando in cerca di un porto sicuro, mentre le vele si stanno strappando nella forza dei venti e l’albero maestro comincia a scricchiolare. E tu, che sei il capitano, sai che puoi farcela, che puoi portare a casa tutti sani e slavi, con qualche bottarella, ma tutti integri… Solo che la bufera non si placa, pare aumentare a ogni tentativo che metti in atto. Le forze ti abbandonano, ma il capitano sa su quanti talenti e risorse può contare, quindi ci riprova, si rialza ogni volta che il vento lo fa cadere, e tiene dritto il timone, urla all’equipaggio ordini per poter riuscire a portare la nave in acque chete. Ci sono momenti in cui pare che il cielo si stia rischiarando, che il vento stia placando i suoi ululati, che la pioggia e la grandine si trasformano in pioggerellina. Tiri il fiato, il capitano non si distrae, ha i sensi al massimo, ma intanto tira il fiato un attimo. E speri, il capitano si attacca alla speranza , tutta umana, di poter riuscire a farcela, quei pochi attimi servono come un carica batterie per il cellulare, per poter aver la certezza di fare o ricevere quella chiamata urgente, che darebbe un’altra aria alla giornata.
Ma ecco che di nuovo il maestrale alza le onde, ululando imbufalito e strappa le vele, sommerge il ponte di mare, la prua è sommersa , la poppa è incontrollabile. Il freddo è micidiale, il mare è di ghiaccio e per quanto il battello sia forte ad un certo punto deve cedere.
Ti ritrovi bloccata nei ghiacci antartici, come la Endurance di Ernest Schackleton. Per mesi lunghissimi, dove il freddo è l’unico compagno certo. Certo la nave protegge l’equipaggio, il capitano, gli animali. La natura aiuta, per un pò. 
La Nave è immobile, scricchiola, ma resiste. E anche io sono rimasta immobile, per un pò troppo tempo. Aspettavo qualcosa che mi destasse da quello stato di indolenza e sonno indotto. Speravo ogni santo giorno che succedesse qualcosa: contavo e ricontavo i soldi in entrata e quelli che uscivano ogni santissimo giorno, facevo programmi, cambiavo idea, facevo ragionamenti che stravolgevo sistematicamente.
Ora il ghiaccio sta rompendo definitivamente la nave, e lei stritolata e ferita, scenderà negli abissi appena il ghiaccio si ammorbidirà. E io ho proprio quella paura: affondare dopo averle tentate tutte. La speranza è l’ultima a morire, e Schackleton ha perso la nave, ma ha riportato TUTTI a casa sani e salvi. E’ un eroe la cui storia è poco conosciuta, ma è un vero eroe.
Io invece, non lo so dove finiremo. So solo che sto perdendo tutto, soprattutto l’amore  che vince su tutto. La speranza , sua sorella, è dichiarata morta da tempo.
Sì…mi serve un pò di Endurance
forse sarebbe la medicina ideale per il mal di cuore che mi porto dentro
Intanto ho imparato una cosa, o meglio sto imparando una cosa: FINGERE! A fingere HO QUASI IMPARATO… quasi… quello che mi frega è che a me stessa non so proprio raccontarle le storielle!
Aspettiamo che il sole sciolga il ghiaccio, faccia emergere le terre e vedremo di che morte moriremo….Non ci resta niente altro. Non MI resta niente altro….

Gli AUSTRALIANI

sarà quel che sarà
sarà che poi uno si suggestiona
sarà che ogni cosa arriva la momento giusto
ma GLI AUSTRALIANI stanno sortendo il loro effetto
sono passata prima  attraverso quelli classici ritrovandomi nel buio totale, il nero più nero che si può, passando attraverso un secondo mix ritrovandomi a fare “un certo agire”
tanto che il giorno del compleanno di mio marito l’ho dedicato (quasi) tutto a me: massaggio, estetista, parrucchiere per farmi bionda ( cosa che a lui piace poco) e infine un’uscita pseudo lavorativa a trenta e visita serale a mia cognata e ai miei nipotini dagli occhi azzurri!
poi, solo poi, al rientro verso casa, rispondendo a un messaggio, ho proposto ( sempre e sempre io a ideare, proporre pensare, chiedere, chiudere, aprire…ecc ecc) una pizza per festeggiare.
comunque, il giorno successivo mi sono stati prescritti gli Australiani.
un mix che definisco strepitoso OPPRESSION FREE
ne ho sentito subitissimo l’effetto giovedì: ho sistemato la scrivania, le carte, le idee e il giorno successivo ho fatto le prime vere chiamate per il lavoro, mi sono solo fermata perchè il PC fa le bizze ( anche in questo momento , tende a fare qualche scherzetto)  e il pomeriggio del venerdì non ho fatto altro che finire il libro che stavo leggendo, riposare e prendere il sole, pensando che Lunedì avrò il tempo, e l’energia e le idee ancora più giuste, più attente e precise
in più parlo
parlo e rido

con lui, con mio marito
cosa che non accadeva da un pò troppo tempo
l’ho spronato a agire, abbiamo parlato di idee, di progetti, di lavorare insieme
e poi ho letto, letto letto e ancora letto

il libro di Gramellini , “L’ultima riga delle favole” , l’ho letto con calma, senza la bramosia che mi prende un “bel” libro, salvo poi crescere la mia voglia di leggere in ogni dove, ma il protagonista, fa un percorso per “tornare” a credere ( nell’amore) e io sto facendo un percorso per riscoprire i miei capisaldi, i miei pilastri su cui basare il mio cammino, perchè pure io ho smesso di credere, di sperare….insomma, anche questo libro, acquistato quasi due anni fa, che”attendeva” sul mio comodino, è arrivato al momento giusto. Quel tipo di storia, che magari non ti prende fino in fondo, ma che vuoi conoscere fino in fondo, scoprendo che ti appartiene quasi ogni sentimento descritto, che rifiuti, perché non vuoi più soffrire, perchè tanto non ne vale più la pena, che tanto quello che fai non ha un senso, e si trasforma tutto in qualcosa di sbagliato. Quel tipo di favola, che ti sprona a togliere la polvere dal cuore, a collegarlo alla mente e a fare una sorta di reset. Senza tante pretese, senza brillare, ma concretamente agire nel profondo. E alla fine, all’ultima riga della favola, ho sorriso, ringraziato mille volte, ho richiuso il libro con un germoglio nel cuore di cui prendersi cura sul serio, il germoglio della speranza!
Ora ho preso un libro da spiaggia, o da terrazza, come amo dire, sdraiata al sole sull’abbozzo della mia terrazza: “Cose che mio marito non sa di me” di Melanie Gideon
storia di una 44enne in crisi, che casualmente fa il bilancio della propria vita, del proprio matrimonio, drogata di Facebook, in modo strano e segretissimo
Ho letto 33 capitoli( sono molto brevi) in un pomeriggio, leggero, divertente…empatico…sì…sembra che lo abbia scritto io, c’è solo una differenza: la protagonista ha “solo” due figli, mentre io ne ho 4, ma ho un lavoro che ritengo un ripiego per portare a casa un pò di soldi per vivere, un marito distratto e lontano, una vita piena di amiche vere che riempiono i miei buchi come niente al mondo. Ahhh…..lei è orfana di madre, io la madre ce l’ho, ma se resta lontana ancora un pò è meglio, molto meglio!

Poi ho ripreso a “creare” in cucina provando ricette semplici che condisco con le spezie dei mie vasi regalando profumi deliziosi
oggi ho tagliato e cucito un paio di vecchi jeans per dar loro nuova vita, poi ho costretto mio marito a prendere la falce e dare un taglio a quelle erbacce che coprono la terra che sarà il MIO giardino, pieno di fiori, rose e alberi! Ha tagliato tutto, tranne i tre girasoli, che stanno crescendo lì, davanti alla finestra dell mio studio, naturalmente.

Insomma, gli Australiani stanno agendo ….e io mi sto ritrovando, e mi sto riscoprendo e soprattutto sto tornando a ridere. Ma di un’ultima cosa mi accorgo essere sempre più forte, forse la più importante: il mio agire non è più stressato e sconclusionato, ma è CHIARO, LINEARE, DEFINITIVO, CONCRETO. Le mie parole( che sono sempre tante tantissime) sono sempre meno pesanti, sempre meno aggressive, sempre meno cattive, sempre meno amare. Alle mie parole seguono fatti semplici, essenziali, ma produttivi e soddisfacenti, che mi stimolano a continuare, a creare, a riempirmi gli occhi la mente e il cuore delle cose faccio!

e ho voglia di fare: di lavorare a maglia, di riordinare la casa, di cucinare cose buone, di trovare cose belle per la casa, leggere,

sono tornata, questo è tutto!
io sono ritornata a essere qualcosa che assomiglia sempre più a ciò che potevo diventare e che potrei diventare

il cammino è lungo, ma ora non mi fermo più…cadrò, ma mi rialzerò!

” cadi sette volte, e rialzati otto!”

DICA

Mani nelle tasche e un
chiodo nella mente
esco fuori per vedere un po’ di gente
mi manca l’equilibrio e mi appoggio a una
vetture
esce il proprietario con la faccia tesa e scura
e mi dice:

“Dica…”
E non si dice mai dica senza un perché
ma mica avrà capito che mi sono perso per
te

Cerco di spiegargli che la vita a volte è dura
che ci sono dei momenti dove tutto fa paura
ti senti vuoto e solo
nel grigiore esistenziale
hai bisogno di un sostegno economico e
morale, ma dire…

“Dica…”
E’ un po’ una cortesia detta senza umiltà
non sarà mica il solito problema
della formalità
“Dica…” E non si dice mai dica
senza un perché
“Dica…” Ma chi ti dice Dica non si
fida di te…

Ritorno dal mio giro e ti trovo sotto casa
mi domandi come sto ti dico come vuoi che
vada
non puoi darmi più il tuo amore ma pretendi
di restare una mia amica
per sempre…

“Dica…”
E non si dice mai dica senza un perché
ma mica
avrai pensato che sia un altro pezzo per te

DICA Niccolò Fabi

07/07 Tanabata

Ovvero essere  in attesa che si avveri l’ultima riga delle favole

Giorno SETTE del SETTIMO MESE dell’anno solare, o lunare, che a dir si viglia

Un giorno magico in Cina dove si festeggia si scrivendo su un nastrino il proprio desiderio e lo si appende al bambù, si chiama Tanabata
Intanto continuo il mio percorso per poter usciere da questo incubo che è la mia quotidianità
La bella stagione è finalmente arrivata, con il sole e la terrazza e la sdraio .
E finalmente ho ripreso a leggere. Il libro lo comprai molto tempo fa, più di un anno e mezzo. Tanto tempo. Tanto tantissimo tempo che non riuscivo a concertarmi su un qualsiasi libro, persino le millecinquecento sfumature di grigio non è riuscito a coinvolgermi.
Intanto di libri ne ho comprati. e sono finiti tutti a prender polvere sul mio comodino o in qualche parte dei posti in cui ho vissuto. Molto probabilmente non ho nemmeno memoria di essi.
Il primo che ho preso senza un ordine preciso, era lì è stato proprio quel libro. L’ho quasi terminato. 
Lo leggo nelle mie mezzore di sole, sulla sdraio, al sole. Lo leggo così, principalmente, perchè non sono ancora tornata a esser quell’assidua lettrice che si innamora perdutamente di quello che sta leggendo, e si immerge totalmente nella lettura, diventato addirittura una parte di essa. Dello stesso autore lessi il suo ultimo romanzo in un pomeriggio e mezzo, tanto mi piacque per come era scritto e per quello che raccontava. Questo lo sto leggendo, e mi sorprendo a immedesimarmi nel protagonista, che poi è un maschio. Lui non crede più a nulla, o meglio non crede all’amore. Ma l’amore è il tutto, secondo il libro. Io sono esattamente nella stessa modalità : ho perso ogni tipo di speranza. Mi spiego meglio: sono abbastanza stupida da comprare un gratta&vinci per sperare di sistemare la mia condizione economica disastrosa. Sono abbastanza stupida da andare da tante persone buone, per cercare di farmi aiutare ( Fiori di Bach, parole dette e scritte, e qui mi fermo perchè ho ancora un minimo di orgoglio per vergognarmi un pò di certe azioni che ho fatto pur di tirarmi via da questo limbo), ma nessuna di loro è stata in grado di indicarmi la Strada Maestra da percorrere per uscire da questo vuoto in cui spesso mi pare di affogare. Sono abbastanza stupida da tenere accesa la fiammella della speranza, nonostante tutto.
Ma il dramma, il dilemma rimane. Io non credo più al futuro, come il protagonista. Non so perdonare a me stessa i miei errori, non riesco a perdonare gli errori degli altri. Non riesco a chiudere le ferite, che ignoro volutamente, sperando prima o poi che vengano cicatrizzate da qualcosa o qualcuno con una bacchetta magica, ma che tornano a sanguinare sempre e sempre per gli stessi arzigogolati motivi.
Come il protagonista, ho chiesto di non svegliarmi più, di finire il mio tempo in un limbo, dimentica di tutto e dimenticata da tutti. Ma intanto leggo. Leggo la favola per adulti che il noto scrittore ha scritto nel 2010, ma che pare scritta apposta per me, qui e adesso nel 2013.
Sono quasi alla fine, intuisco il lieto fine. D’altronde è una favola, e nelle favole c’è sempre un lieto fine. Stona solo averlo letto dopo il suo grande capolavoro.
Poco fa ho visto gli ultimi venti minuti di un film, Il pescatore di sogni, un’altra favola a lieto fine. Non l’ho visto tutto, no. Mi è bastato vedere quei venti minuti. Due che si innamorano, in una storia a dir poco esotica. Un amore che alla fine è contrastato dagli eventi, dalle regole della società, dalla coscienza dei protagonisti. Ma alla fine accade il miracolo, subito dopo il disastro che nessuno si aspettava, proprio al momento in cui tutto era perfetto, tranne l’amore impossibile. Il miracolo accade, nei film, nelle favole, nei libri, in quelle mezze ore passate in un terrazza non finita di una casa che mai sarà come l’ho sognata, in un matrimonio che non è più quello su cui ho investito ogni mio battito del cuore. Io non credo più a nulla, aspetto quel miracolo, aspetto di riconoscere la mia anima, che ho perduto in arzigogolati meandri della vita. Mentre aspetto faccio mille cose, mi pare di farle tutte male, alla fine, ogni cosa risulta sbagliata o incompleta o imprecisa, o non so più cosa volevo fare e mi perdo. Mi capita di cucinare cose uniche e buonissime, in momenti in cui sono particolarmente nervosa e disillusa da tutto e tutti. Mi immergo in un mondo mio, dove la rabbia fa bollire il sangue, dove la bile travasa e hai un sapore terribile in bocca, ma alla fine quello che gli altri mangiano è buono. E io sono qui, che aspetto, che l’universo risponda alle mie richieste, me le deve con tutte le tribolazioni che vivo e che viviamo in famiglia, ne sono più che certa. Ma in fin dei conti, sto solo aspettando di svegliarmi da questo brutto sogno e provo a scrivere il mio desiderio su una strisciolina di carta dato che siamo nella notte del settimo giorno del settimo mese , e la appendo alla recinzione del cantiere della casa, sperando un giorno avverarsi, come nelle favole, il miracolo di una vita serena, solare e piena d’amore
Non chiedo molto, no?  Solo l’essenziale, perchè “io sono umile in quanto fatta di sterco, ma  nobile in quanto fatta di stelle”