METAFORE- un anno dopo

METAFORE- un anno dopo

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è passato un altro anno.

il tempo sta andandosene.

le cose non sono come avrei voluto.

non lo saranno mai più.

insegnerò alle mie figlie a non fidarsi, a non lasciarsi andare, a rimanere molto centrate su loro stesse.

nessuno si salva da solo, ma nessuno si fa del male da solo.

Ora il mio giardino è migliorato. C’è qualche fiore. Il mio ulivo è morto nel lungo inverno. Mi sto coprendo le cicatrici. C’è un muro intorno a me. Invisibile. Solo pochi ne vedono le tracce . Va migliorando il resto. Ora sono nella fase dell’indifferenza.

Staremo a vedere cosa succede

 

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NESSUNO SI SALVA DA SOLO- Margaret Mazzantini

NESSUNO SI SALVA DA SOLO- Margaret Mazzantini


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Ho trovato un’occasione al supermercato, 15 € per due libri. In questo periodo è un’ottima cosa. Guardo i titoli, le copertine. Riconosco alcuni nomi degli autori. Continua a venire fuori il libro della Mazzantini. Leggo il restro della copertina. Si parla di coppia, di amore puro. Della fine dell’amore perfetto. I libri già letti della Mazzantini mi rassicurano sul fatto che mi piacerà la lettura. Ma l’argomento. La storia… Mi spaventa. Penso di non aver bisogno di storie tristi in questo periodo. Il secondo libro è della Gamberale. Il liro della Mazzantini è la prima scelta, é più breve dell’altro. Tutt’al più mi sforzerò di leggerlo, se non mi piacesse, tanto sono meno di 200 pagine. Inizio. Leggo. Mi immergo in questo dialogo di una coppia scoppiata. Ma con tanti rimpianti. Come mai un amore così grande è naufragato? Se lo chiedono Gaetano e Delia. Si accusano, mentre cenano in uan notte di mezza estate in una trattoria, accanto a un tavolo, dove una coppia ben più vecchia di loro, incarna quell’amore perfetto nella sua imperfezione. I dialoghi potrebbero essere i miei e di mio marito. Anche le accuse. E le scuse. Mi prende. La lettura è veloce. Rabbiosa, quasi. Le immagini , le azioni evocate dai ricordi di entrambi sono spilli nelle vene. Pungono, sanguini, ma non ti uccidono. Feriscono, ma sopravvivi. Leggere è quasi come respirare. Devi finirlo. Devi capire quel titolo. Cosa serve? I  due non sembrano cedere. Continuano tutto il tempo a dire, accusare, rimpiangere e attaccare l’altro. Mentre al tavolo accanto, l’altra coppia si dà attenzioni premurose, osservata da Gae e Delia, con curiosità, invidia e rammarico. Vola un gelato in faccia a Gae, ma la cena prosegue. Come il dialogo. Arriva la fine. La coppia anziana li ferma a parlare. Lui è un esuberante. E’ malato, ma non rimpiange le scelte che ha fatto, ringrazia la moglie per tutto. Li manda a casa strappando loro una promessa: “pregate per me, perchè nessuno si salva da solo!”. Questa promessa fa breccia nelle loro anime. E forse è un altro inizio. Per lo meno senza liti. Forse.

 

Da leggere. Sicuramente.

Un libro vero  ” AIDA” di Gabriele Biancardi

Un libro vero ” AIDA” di Gabriele Biancardi

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il mio nome è Aida

In questo ultimo anno ho letto poco. Questo libro di poco meno di 200 pagine lo avrei letto in un pomeriggio, se fosse arrivato 14 mesi fa. Ci ho messo una settimana. Però mi ha scavato l’anima. Aida, la nonna di Gabriele, che conosco da una vita. Abbiamo vissuto nello stesso paesello, frequentato la stessa scuola, stessa sezione. La F, quella dove finivano quelli che non volevano studiare tedesco, perchè c’era inglese. Stessi insegnanti. Lui era già grande allora. Grande, in ogni senso. Lo vidi qualche anno dopo in “giro al Sass” a Trento, in compagnia della sorella di una compagna di classe. Figo anche lì. Figo nel senso più profondo della parola: lui era DJ alla radio. Quella che ascolto tutt’ora. Lavorava e noi eravamo a scuola. Le nostre emozioni più forti erano il voto di matematica o di storia dell’arte. Lui aveva un vissuto, ma proprio vissuto, ai miei occhi di ragazzina. Poi la vita ti porta a 50 km di distanza, ma la radio c’è sempre. La sua voce, bella e calda, racconta ogni giorno cose leggere o serie, interrogando chi ha voglia di interagire con Sms o i Social. In questo modo, mi pare di conoscerlo da sempre, che sia un amico vero. Arriviamo a scambiarci pensieri intimi. Di quelli che con pochi si fanno. Poi lo porto qui nel paesello con il suo spettacolo ” Avete mai provato ad esser donna?” che ha un bel successo in giro per l’Italia. Lo presentano in cantina, della Lanserhaus, prende in giro il sindaco con una battuta sferzante. Rido ancora al ricordo. La serata è un successone, per il paesello. Lo riporto qui a fine estate di quell’anno per un concerto indimenticabile, anche per la pioggia… Lui e la sua batteria. Poi scrive un libro particolare, che non fa per me, non al momento. Ma poi arriva “Il mio nome è Aida”. La storia della sua famiglia. Della sua nonna. Arriva in questo periodo dove io sono alla ricerca di tante risposte, di sistemare le cose, di riuscire a farlo definitivamente. La storia di Aida è cruda come possono essere gli anni prima della seconda guerra mondiale. Gira intorno alla sua famiglia, che le fa scudo quando rimane incinta e il padre della creatura si dilegua. Troverà l’amore vero solo 10 anni dopo, solamente dopo aver vissuto nell’ombra per l’onta gravissima alla famiglia e alla società di allora. Amerà con tutta se stessa l’uomo che verrà inghiottito dalla neve siberiana. Ma prima riuscirà a farla diventare madre ancora una volta. Una vita dura, vera. Che la porterà a morire a cent’anni, fiera e serena, aspettando solo il momento in cui rivedrà il suo Riccardo. Ci sono due cose che mi hanno fatto sentire vicina questa storia. La mia zia Gina, quella che in qualche modo ha sostituito la nonna paterna, venuta a mancare quando mio padre era ancora un bambino, restò incinta di mio cugino. Non conosco il motivo, ma il padre non la sposò. Forse una storia analoga a quella di Aida: un tipo senza carattere che può “divertirsi” ma non può mescolare il proprio sangue con chi vive in povertà. Mio cugino nacque pochi mesi dopo mio padre. Crebbero come fratelli: la mia nonna allattava figlio e nipote, e la zia allattava figlio e fratello. Mi disse che per tenerli al caldo si faceva così. Erano nati in tardo autunno e in pieno inverno, a cavallo del 1944 e 1945. In quella casa c’erano 6 figli, tre erano venuti a mancare da piccini, in culla, altrimenti sarebbero stati 9. Mio padre era l’ultimo. La zia Gina mi raccontava la storia della famiglia, quando da piccina dormivo da lei. Lei ha avuto tre figli maschi: lo zio Virgilio la sposò e ebbero altri due figli, non prima di aver riconosciuto il primogenito come figlio prorpio. Lo zio Virgilio era il mio padrino al battesimo. Venne a mancare presto, avevo solo nove mesi. Ma i racconti della zia me lo fecero conoscere bene. Ho scoperto da poco tempo che i miei nonni aiutarono i partigiani e una famiglia ebrea, durante al guerra. Peccato che mio padre non possa raccontare di più. Chissà quante cose ci sarebbero da ricordare. Il secondo fatto è il non ritorno dello zio di mia madre, il fratello di mio nonno Massimino, dalla Russia. Mi ha colpito sempre questo fatto. Nell’entrata dell’appartamento del nonno c’era la foto degli alpini morti in guerra, con lo stemma e la bandiera italiana. La carta era di un leggero marroncino, probabilmente acuito dal gran fumare che c’era in quella casa. C’era questa foto in centro, un po’ più grande delle altre 70 o 80 che la circondavano. Erano i morti del battaglione del nonno in Russia. Li contavo, me lo ricordo. E poi sentii queste parole ” Ho visto mio fratello per l’ultima volta mentre camminavamo nella bufera. Non abbiamo saputo più nulla”. Crescendo e sentendo racconti, guardando film, ho immaginato che fu salvato da una famiglia russa. Appena finita la guerra sposò la figlia e visse una lunga vita serena, nelle campagne della fredda Russia. Fantasie di ragazzina romantica. Come descrive il bravo Gabriele, questi poveretti furono mandati in russia con le divise per l’Africa. Me lo raccontò anche mio nonno, che parlava solo con qualche bicchiere di rosso del bar degli alpini in corpo, con gli occhi lucidi, non a causa del vino, ma perchè se lui è tornato, lo deve al fatto che si è difeso, pesantemente. Ripeteva con voce biascicante “…Diciasette ne avevo sulla baionetta, diciasette….” Ho capito solo da adulta cosa intendesse. Raccontava pochissmo, il nonno. Ma lui è tornato.  Il libro di Gabriele Biancardi è la narrazione delle donne rimaste a casa, a lavorare e crescere i figli di quei poveri uomini che ne videro di cose terribili. Aida, donna intelligente, ma donna, pativa le regole di inizio secolo. Dava del voi ai genitori, non si parlava mai, ci si intendeva, piuttosto a sguardi. C’erano leggi non scritte a cui non si poteva transigere. Peccato non poter raccontare cose, le donne e gli uomini di allora non erano abituati a trasmettere queste storie. La vita era dura. Punto.

Un libro da leggere. Perchè scritto in maniera leggera ma vera. Non ci sono fronzoli inutili. Non servono. Le parole scritte trasmettono esattamente cosa doveva essere la vita di allora. Ve lo consiglio caldamente

 

BIPOLARE

BIPOLARE

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La costruttrice di ponti

 

Giorni strani. Pieni di appuntamenti e incontri. Di lavoro, fortuiti, di amiche. Martedì mi sono trovata dove diedi il primo bacio ad un ragazzo. Si chiamava Massimiliano. Massimiliano: l’alfa e l’omega della mia vita amorosa. Chilometri macinati in silenzio,o quasi,  con accanto l’omega. Sole. Pioggia. Montagne, boschi. Gira qui. Parcheggià là. Un’autista perfetta. Durerà fino a domattina, poi il Massimiliano-Omega, farà la visita per rinnovare la patente. Dorante questi ultimi giorni, c’è stato un notevole cambiamento. Prima la cena con la mia Dani, la metà che mi porto nel cuore da oltre 30 anni. L’altra metà, Elena, la gemella, è per me solo il contorno della mia Dani. ma loro due si completano, restando uniche. Racconti e ricordi. Le nostre vite così diverse, così complementari, che ci portano a ritrovarci anche dopo anni. Poi la cena delle Maggioline! Pizzata a tre, con l’altra Dani e la Manu. Sotto il cielo che promette pioggia. Pettegolezzi. Ricordi. Racconti. Episodi che è necessario raccontare, condividere. E poi ancora, viaggi in montagna, sull’Alpe. Dove le streghe banchettano all’ombra dello Sciliar. Un posto che su di me ha sicuramente un’ascendente forte. Credo di avere il sangue di Strega. Ancor prima, mentre si saliva la val di Fiemme , il Cermis. La triste storia di due funivie che ammazzano un sacco di persone. In un luogo particolare. Il prato, in mezzo al bosco , dove venivano bruciate le streghe, ai tempi della loro caccia. Un tempo in cui le donne, alcune donne si arrogarono il diritto di vivere sole, di avere conoscenze mediche, di pretendere rispetto. E vennero marchiate come streghe. Arse vive. Invece sull’Alpe, quasi per tenerle buone, gli uomini hanno costruito un anfiteatro, con un trono per la strega più anziana. O forse per la strega più magica, e brava. Spero, non per la più cattiva. Un giorno mi sono seduta su quel trono. Avevo sentito la perfetta sensazione di aver fatto qualcosa che non dovevo fare. Ma cercai di riderci su, specialmente davanti ai ragazzi. Poi, un piede in fallo. Un rumore di ramo spezzato. La mia caviglia pareva rotta. bastava ancora un pochino e potevo romperla. Tutore per tre settimane e qualche notte di dolore, a ricordarmi che non si prendono in giro le streghe. Anche se non avevo mai voluto farlo. Quel pomeriggio d’autunno assolato, le sfidai, inconsciamente. Mi misero subito in riga. Ecco l’effetto che provo a inerpicarmi su per l’Alpe, anche solo guardarla da qui, da casa, mentre la Luna sale alle sue spalle. Un’ ossequioso rispetto, e un filo d’invidia per i loro incontri, lassù. E per i loro voli nel cielo sopra l’Alpe di Siusi. Sì, perchè se guardi bene, nelle notti stellate lassù, c’è un via vai di donne magiche che giocano a nascondino dietro le stelle. Stamani, altro incontro. questo è programmato da tempo. La donna davanti a me ha un bel viso, un sorriso di labbra carnose su due acquamarine di occhi. I capelli corti scuri, folti, che sposta con la mano dalla fronte, lasciando vedere quei due occhi ridenti e brillanti. Una persona che ne sa. Di come ti siedi, di come ti muovi. Soprattutto di quello che dici e non dici. Un’ora a settimana, per scavare la polvere e i detriti dell’anima, per scovare l’essenza di ciò che sono. Perchè mi lascio trattare così dalle persone che dovrebbero sostenermi? Questa è la domanda su cui devo lavorare questa settimana. Le ho raccontato questo periodo, questi giorni molto attivi. La domanda che mi ha fatto: ” ti succede spesso di avere questi momenti ?” . Forse le ho mentito. Ho mentito a me stessa, forse. Questi momenti li ho tutti gli anni. La primavera, le giornate lunghe, il caldo, mi infondono la voglia di fare. Quindi mi capitano de momenti così. Ma non li inserisco nella sottointesa bipolarità che lei ha voluto sondare. No, sono solo il risveglio dell’anima. L’energia esplosiva del sole, che scalda le cellule. Queste agiscono, interagiscono tra loro. Sono come la bomba nucleare: scatenano la reazione a catena. Ti fanno fare le pulizia di primavera. Ti fanno fare l’autista al fedigrafo, quasi con gioia. Ti fanno organizzare le cene con le amiche, no perchè, se non ci pensi tu, nessuno le organizza sul serio. Non è un mese di giugno, ma nemmeno maggio lo è stato, tipicamente primaverile. Qualche giornata dove il calore è scoppiato e sono finita in letargia sulla sdraio, c’è stata. Ma sono più che altro giorni di pioggia. In alcuni casi leggera e gentile. In altri casi potente e furiosa. In giardino, ci sono momenti in cui il prato sembrava volersi tramutare in un lago. I fiori non sono bellissimi. Alcuni sono pieni di parassiti, favoriti dal caldo umido di questi giorni. I gigli, che di solito fioriscono a maggio, stanno facendo capolino solo ora, e sono piuttosto striminziti. Ma c’è un fiore speciale, che nonostante tutto sta fiorendo, mi pare. La sottoscritta. Sono stanca, di quella stanchezza fisica, che ti fa dormire fino alle sette del mattino. Non che ad ogni ora son lì che guardo che ore sono a chiedermi se invece di girarmi e rigirarmi nel letto, potesse essere il caso di dormire. E magari sognare. Sono stanca, non di quella stanchezza mentale e d emotiva che mi accompagna negli ultimi anni. In questi ultimi giorni pare che io stia meglio. Nonostante si avvicini il funesto 23 giugno. Giorno in cui il mio mondo si è bloccato in uno stato di rabbia che pareva non finisse mai. Un anno fa le mie abitudini, i miei sogni, i miei progetti, i mie respiri si blocccano in un continuo riavvio. Che porta il cuore a battere veloce, di continuo. Il respiro è affannoso. I polmoni sembrano non riempirsi mai. Sembra che io sia un  fumatrice asmatica, tra fischi e tosse. Ma questo pare stia finendo. Almeno questa è la mia illusione di questi giorni. Non rieuscivo a trovare nessun giovamento. I libri, qualsiasi libro, è noioso. Dormire e fare solo il necessario. questo è stato il mio tran tran. Dormire a spizzichi e bocconi, di un sonno senza sogni. Sono rari i sogni di questi ultimi anni. Alzarsi stanca e rabbiosa. Vedere solo il peggio. Poi ci sono le persone giuste, o le azioni giuste, che contribuiscono a farti sudare fuori il sale amaro che copre i tuoi neuroni. Passano i giorni. Passano. Sono lenti, ma veloci. Restano pochi, rari momenti di leggerezza. Ma il tempo passa. E come un lento ruscello, scava via e porta al mare, attraverso i torrenti e i fiumi,  i detriti che ti schiacciano. L’acqua, così benefica, così essenziale, ma anche così furiosa e distruttrice. Qui sta la metafora. La goccia che scava la roccia. Nell’ultimo anno è successo questo. Non sono ancora libera. Forse non lo sarò mai. La cicatrice resterà. E questa volta è molto profonda. Forse è paragonabile all’amputazione di un arto. Non c’è più, ma lo senti ancora. Non ci si abitua facilmente. Devi trovare solo un equilibrio nuovo. Un nuovo modo di fare le cose. All’inizio pare tutto impossibile, poi riesci a fare ogni cosa. E ti vien voglia di scalare le montagne, o di attraversare a nuoto il lago. Cose che non hai mai fatto, nè pensato di fare. Ma la nuova condizione te lo chiede. E lo fai. Egregiamente. Ecco cosa sta capitando. Forse è solo il nuovo modo di fare le cose di sempre. Ecco quest’energia, questa voglia di fare. Solo la voglia di ribadire a me stessa che, dopo tutto, la vita continua. Mai uguale a se stessa. Quindi avanti con gli aperitivi e le cene con amici. Se questo mi aiuta a affrontare la routine di giornate noiose o le giornate più caotiche e piene.