UN GIORNO DA LEONESSA!

UN GIORNO DA LEONESSA!

Mentre le notizie di gossip mi ricordano che “NIENTE è PER SEMPRE… a meno che tu non sia un diamante!” perchè, si legge, che anche la coppia stupenda  Jolie-Pitt* stia divorziando, mi metto a scrivere di questo giorno, dove mi sono sentita una leonessa, che ha salvato i suoi cuccioli da una brutta fine. 16666819-leonessa-che-esce-dal-suo-nascondiglio-con-i-suoi-cuccioli-quattro-archivio-fotograficoPoi sono successe altre cose buone, ma questa è la notizia del giorno, per quanto mi riguarda. La nostra situazioen è grave, lo sappiamo. C’è al storia del fallimento, che mette tutto in una luce pessima. Non ci sono spazi di manovra. Per chi mi conosce, e mi segue, sa quanto male mi ha fatto. L’ho preso come un tradimento. E di tradimenti in questi anni ne ho dovuti accettare molti, elaborarli, metterli nel giusto contesto, perchè non mi ferissero. Oggi ho fatto i conti con uno dei tradimenti che ho subìto. Un bancario che ci promette tutto, noi (ingenui e cretini) che ci facciamo conto. Poi arriva il momento in cui le parole del bancario si sono dimostrate quello che erano: tutto fumo e basta. nel corso del tempo, in preda a qualche sorta di vaneggiamento ho persino pensato che il bancario avesse manovrato tutto, con il preciso inetnto di portarci via tutto. Lui voleva arrivare alla mia cognatina, deliravo, e quindi prendersi la nostra casa era quello che volevo. Poi mi sono fatt aiutare, da qualcuno di bravo. 😀

Oggi avevamo un appuntamento con lui, per discutere di una sua proposta, che io ho ritenuto fin da subito assurda: voleva metere in mezzo i miei figli. Solo quelli maggiorenni, con un lavoro, poi. Due su quattro.  L’ho sognato, stamattina presto, mentre ero nel dormiveglia, dove il sogno pare proprio vero, il dialogo che avrei avuto con quel brutto corvaccio del bancario. Nessuno tocca i miei figli. Già pagheranno per due genitori sprovveduti, ma non dovranno MAI e poi MAI assumersi i nostri debiti!  Il tizio ci accoglie, si siede al di là della scrivania. Noi di qua. Si inizia a parlare. Io dico esattamente quello che devo. Quasi come nel sogno. Non sono calma come nel sogno, come vorrei essere, in una sorta di scena madre. Ma il risultato è mio! Porto a casa il successo: nessuno toccherà i miei figli. Gli dico, che come madre mi è impossibile accettare che i miei figli possano essere messi in mezzo a un casino creato dal loro padre. Che se li paghi lui i suoi casini. Io sono condannata a pagare con lui, ma i miei figli no! E poi non posso accettare che paghino due figli su quattro! Come hai potuto solo pensarlo, mi dico sotto voce, che io possa sacrificare la loro vita per salvare la sua, guardando mio marito! corvoIl bancario ha la faccia come un uccello. Il viso pallido, come la sua camicia bianca, troppo bianca in questo contesto. La cravatta sottile, nera, che gli stringe il collo, lo fa sembrare fuori posto. La testa, con i capelli corti, è troppo piccola, penso, mentre gli parlo. La mia immaginazione viaggia, lo tramuto in un corvaccio, nero. Con gli occhi piccoli, scuri. A volte sembra spaesato, quasi spaventato. Penso ancora, come mi è già capitato in altre occasioni, che una banca come questa, abbia preso un abbaglio nel mettere in quel posto, questo essere così magro, sproporzionato, giovane ma così stantio, così vecchio, che stringe la mano mollemente, dimostrando tutta la sua viscidezza. Ha un gusto palesemente vomitevole nel vestire. Sia sul lavoro, che nel tempo libero. L’ho visto a una festa, tempo fa, una festa di paese, e mi è parso uno spaventapasse. Ricordo di aver avuto un brivido, quando lo vidi nella folla. Mi pare strano che una banca possa puntare tutto su di lui, mi ripeto, quasi come un mantra. Parliamo in italiano, e lui è in difficoltà e si vede, o finge benissimo che è più plausibile. Parlo io, un po’ agitata, ma riesco a tenere il timone del discorso, poi c’è l’avvocato che espone in “avvocatese” il mio stesso concetto. Porta il bancario alla conclusione che per ora non si tocca nulla. I miei figli sono salvi. Il mio ruggito, calmo, ma determinato, anche se dentro avrei potuto commettere un’omicidio dalla rabbia potente che avevo, ha fatto il suo dovere, ho ottenuto quello che volevo. I miei figli sono al riparo. Ho insultato il colpevole di questa maledettissima situazione, mio marito, gli ho detto che sarà lui e lui solo a pagare tutto. Che non può pensare di rovinare la vita ai suoi figli, che se prima c’era suo padre a pulirgli il moccio da naso, poi sono arrivata io, ora se lo scorda proprio di mettere in mezzo i nostri figli. Un po’ mi dispiace: sono certa che questa la pagherò, molto presto. Esco, sono eccitata. Molto. Niente è cambiato, nulla è migliorato, tutto è rimasto come era . Ma soprattutto nulla è peggiorato! Il bancario corvo ne inventerà un’altra, ne sono certa. Ma per ora i miei figli sono al sicuro. Hanno il proprio futuro immediato, salvo. Non sarà rose e fiori. Ma loro hanno l’opportunità di costruirlo migliore, il loro futuro. Noi continueremo a stare a galla, con difficoltà. Ma niente e nessuno toccherà i miei figli fino a quando io vivrò! Non pagheranno per me e soprattutto percolpa del loro padre. I nostri casini resteranno nostri. Per il momento. La guerra è fatta di tante battaglie. Alcune si perdono, altre si vincono. Oggi ne ho vinta una, ma di quelle importanti. Di quelle che ti caricano per un bel po’. Con questo stato d’animo mi sono recata verso l’ospedale. Essendo in anticipo, mi sono fermata in un negozio. Ho preso tre specchi, con un cassettino, per le mie ragazze, un paio di coprivasi per me. Volevo festeggiare. Ho preso anche un gratta&vinci , nella folle speranza che fosse il giorno giusto. Mi sono allegerita di 5 eurini, ma tentar non nuoce, no? Mi sono recata a fare la visita. La pressione sanguigna, mi sono detta, così eccitata, come sarà? Invece era perfetta. Ho esultato! La visita è proseguita bene, mi hanno levato un medicinale. Sono uscita contenta. Proprio contenta.

Mi sono sentita per tutto il giorno una leonessa! E non è affato male…

 

*che a scriverlo così è proprio Jolie meno Pitt. Che è tutto un dire!

Cos’è che sta succendendo? ALTRE METAFORE

Cos’è che sta succendendo? ALTRE METAFORE

Non so cosa sia. Forse perchè sto riducendo le medicine. Altro non è cambiato. Mi sento più leggera. Meno rimuginante. Meno pretenziosa, sia da me stessa che dagli altri. Però è piacevole. Mi sento meglio. Lo dico sottovoce. Ma lo dico.

METAFORE:

Il prato è stato ripulito, sono state scavate le macchie di pipì dei cani. Le buche sono state riempite di terra buona e semi. L’acqua è stata cosparsa ogni giorno. Il sole caldo di questa prima metà di settembre ha fatto il resto. L’erba cresce. Le macchie gialle di prato bruciato non si vedono più. Si vedono teneri sottili fili d’erba, ogni giorno più vigorosi stagliarsi vigorosi verso l’alto.
Le rose sono state spruzzate, le muffe e i parassiti non ci sono più. Stanno spuntando tenere foglioline e alcuni boccioli. Le erbacce incolte che tentavano di sovrastare il resto, sono state tagliate. Sembrano invisibili. Le temperature estive, ma non opprimenti di questi giorni fanno il resto. Il cielo terso, la luna che sale a est nel primo pomeriggio, illumina quasi a giorno le serate tiepide. Si dorme con le finestre aperte, ancora. Queste sono le giornate che preferisco.

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Tutto il resto è la quotidianità. Vengo e vado. Faccio e disfo. Riordino. Pulisco. E tutto senza troppa fatica. Sì, il fiatone c’è ancora. Sudo tanto, ancora. Ma impercettibilmente con più leggerezza. Poco importa se ho pulito due finestre su quattro. Due sono pulite! Domani o dopo domani, o quando sarà, le altre saranno pulite. Da me o da qualcuno al posto mio. Cucino. Ho ripreso anche a aver voglia di mangiare e cucinare. O meglio di cucinare, e di mangiare quello che cucino. Avevo smesso di provare. Mi piace provare. Stasera, senza preavviso, senza programmazione ho cucinato i tagliolini al nero di seppia. L’altro giorno ho fatto il riso venere con scampetti e gamberetti e zucchine. Variazioni personali di cuos cuos. Tartare di manzo. Strano: nell’ultimo periodo, complice il gran caldo e la mia insofferenza totale ad esso, non cucinavo più, o quasi. Sabato ho fatto la mia mitica torta di mele.

Sogno. Ho fatto un sogno strano ieri mattina presto. Un sogno “pesante”. Non un incubo. Festa, tutti bevono si divertono. Ci sono persone che non vedo da anni. Alcuni di loro sono defunti. Ci sono persone che non sanno proprio divertirsi nella vita reale, che ballano mezze nude sui tavoli. Altri che vogliono bere a tutti i costi l’intera scorta di liquori, grappe, vini. Rotolano, ridono, rincorrono altri astanti, che ridono a crepapelle. Io sono l’unica che non beve: devo guidare, io. Non rido, guardo gli ubriachi, schifata. Urlo a uno di loro, mio marito, di smetterla. Mia madre ballando su un tavolo, scatenata,  mi sberleffa, dicendomi di lasciarmi andare, di divertirmi, di lasciarlo stare. Io impietrita, la guardo. Le urlo tutta la mia rabbia, lei non sa divertirsi, mi guarda sempre con supponenza quando rido e scherzo con i miei figli, facendomi sentire sbagliata, da sempre. Lei non lo sa fare. Non le piace. Ha rovinato la festa di mia figlia, con la sua incapacità. Se io, nel sogno, o nella vita sono quello che sono, è solo colpa sua, le continuo a urlare. Mi sono svegliata sudata e ansimante. Forse ho pure urlato. Non lo so. Ma intanto le ho detto quello che penso. Altra metafora.

Avanti così. Passo dopo passo. Giorno dopo giorno. E respiro l’aria tiepida della sera. Fa inaspettatamente caldo. Piacevolmente caldo.

Ora vedo a iniziare il nuovo libro che ho preso. Spero mi regali attimi sereni.

LA DONNA DAL TACCUINO ROSSO- Antoine Laurain

LA DONNA DAL TACCUINO ROSSO- Antoine Laurain

Lo avevo visto il libro, al supermercato. Lo avevo preso in mano. Ma lo avevo lasciato lì. Poi ho chiesto consiglio su quale libro leggere alla mia cara amica, quasi una sorella, tanto le nostre sofferenze si somigliano, ma lontana, troppo per frequentarsi come si deve, Paola Malcotti, e tra i titoli suggeriti c’era proprio quel libro, che avevo visto, preso in mano, letto la trama e poi lasciato lì. L’ho comprato. Non al supermercato, che trovo sia squallido. Ma nemmeno in libreria. Su Amazon. E un po’ mi dispiace. Penso sempre che ora ci sono i vari supporti, in particolare il Kindle. Ma il libro è il libro. Mi dovrò abituare a cambiare. Chiederò a Babbo Natale un Kindle, quest’anno. Mia figlia lo ha e lo usa, mia cognata idem. Altri che conosco lo hanno. Si trovano bene. Dovrò superare il mio pregiudizio e convincermi a non acquistare i libri. Ma non sono sicura di essere pronta. Chi lavora nel settore tipografico…. ci penso spesso, padri e madri di famiglia che andranno a perdere il proprio lavoro. E questo non mi piace affatto. Ma è anche vero che in casa, anche se è più grande e spaziosa, non ho altri spazi per aggiungere libri. Ma come si fa a scegliere di acquistare un e-book senza toccarlo, sfiorare la copertina, soppesarlo, girarlo… Insomma…dovrò lavorarci un po’ su, su questi pregiudizi. Detto questo torno al libro. Sottile, non ha molte pagine, 164 per la precisione. La copertina è piacevole. Una donna con un vestito rosso a pois bianchi, con un viso fresco, uno sguardo curioso, la bocca socchiusa.5928441_334823 Inizio a leggere. Scritto in maniera leggera, quasi fosse la voce interiore di ognuno che ci parla dentro. Capitoli brevi, poco più che fotografie o post su social. Linguaggio fresco. Si fa leggere bene, veloce, incuriosisce. I dialoghi…i dialoghi non hanno le virgolette. Questo può creare un po’ di confusione, ma è il modo dell’autore per intrigrare ancor più il lettore. Un libraio, trova questa borsetta per strada. Cerca di fare del proprio meglio per consegnarla a chi poi , forse, troverà la proprietaria. Ma si rende conto che è un battaglia persa. La porta a casa, con reverenziale rispetto controlla il contenuto. Cerca qualche indizio per sapere chi è la proprietaria, a cui è stata trafugata. Apparentemente non c’è nulla. Inizia così la sua ricerca, che pare arenarsi più volte, ma poi per casi fortunati, le svolte arrivano e la borsa torna a casa. Ci sono però giorni, anzi settimane nel frattempo. C’è la povera donna scippata che finisce in ospedale. C’è un gatto nero a cui dare da mangiare. C’è un appartamento a cui fare sorveglianza. Sempre con reverenziale rispetto, curiosità e qualcosa di più. Perchè in quella borsa color malva c’è un taccuino rosso, dove lei segna i pensieri, le cose belle, le cose brutte, i mi piace e i non mi piace. E il libraio più che curioso si scopre infatuato di un sogno. La donna torna a casa. Sa che uno sconosciuto si è preso cura del gatto, è entrato in casa sua. Ma tutto è a posto. E i timori iniziali diventano curosità, dopo aver trovato un abito, la borsa e una busta chiusa, dove il libraio prova a spiegare la situazione. Anche lei inizia una caccia al tesoro. Anche lei passa dal timore, alla curosità e poi a infatuarsi di un perfetto sconosciuto. C’è l’incontro. Molto romantico, quasi un film. E poi il lieto fine. Mentre uno scrittore decide o meno di mettere una virgola in una frase.

Libri con dedica da scrittori, librerie, librai, arigiane specializzate, e senso del dovere, ma anche profondo rispetto. E un nuovo inizio per entrambi. Bello sul serio. Speranza e sogno. Romaticherie e profumi nascosti. Un bel, anzi bellissimo racconto.

Ve lo consiglio.

 

FERTILITY DAY e PENSIERI MIEI

FERTILITY DAY e PENSIERI MIEI

Per il 22 settembre al Ministra Lorenzin ha proclamato il FERTILITY DAY, con una serie di cartoline per lo più sceme, diciamo così,  che hanno indignato la stragrande maggioranza delle donne, di ogni ordine e grado. Io di figli ne ho fatti abbastanza, il mio orologio biologico è andato oltre da qualche tempo. La mia testa è passata da tempo ad altre cose, di bambini non ne voglio sapere! Mi piacciono, ci gioco, non li mangio per cena ( visto che mi dicono spesso di essere una comunista, meglio specificare), mi diverto con loro, mi fanno sorridere, mi commuovono, adoro le loro paroline, le smorfiette che fanno, sono sempre un raggio di sole. Ma quando li restituisco in braccio ai loro genitori, sospiro di sollievo. Quando questo accade, mi sento una strega. Come faccio a non sopportarli più di qualche mezz’ora? Eh… dico ho già dato. E molto. Sono grandi i miei bambini, ora. Sono adulti. Stanno costruendosi la propria vita. Prima o poi arriveranno i nipotini e a me mi manca il fiato a pensarci: come faranno? Come potranno farcela con lavoro, casa? Specialmente le ragazze. Le ragazze ce l’hanno nel DNA l’istinto di fare la madre, di mollare tutto e tutti, per seguire in toto i loro cuccioli. E’ animale, l’istinto. Ci saranno i padri, ma forse nemmeno. Mio figlio, cresciuto con me, e responsabilizzato da me, ha esempi molto maschili sul lavoro, a cui ventiduenne qual è, si ispira. Sono zii, nonni, colleghi di lavoro che ” ai figli alla casa, alla scuola alle attività dei figli ci pensa la moglie/compagna. Al massimo, ci sono i nonni, anzi le nonne!” La moglie/compagna lavora? Mezza giornata o intera che sia, è compito suo organizzare tutto, esserci a ogni riunione, visita medica, essere puntuale al ritiro dei figli all’asilo nido o a scuola. Loro, i padri mariti/compagni, hanno da lavorare. Le donne? Lavorano? Sei sicuro?…. ecco. Questi sono gli imprintig che ha mio figlio. E in verità, ha avuto un padre assente, è cresciuto con me e le sue sorelle, ovvero le mie figlie. Io gioco forza, l’ho cresciuto a “aiutami qui, fai questo, per favore, per cortesia guarda ta sorella, rifatti il letto, la lavatrice ecc. ecc” ma spesso dai maschi che ho descritto sopra sono considerata una madre isterica e assolutamente “sbagliata”. L’ho detto, molte volte, che se tornassi indietro io di figli non so se li avrei, a sapere come è. Non ci sono aiuti qui. O meglio ci sono ma sono cari, rari, lontani e con liste d’attesa lunghe come la vita. Lavori per pagare babysitter, tagesmutter, asili nidi, ecc. Io, stupida, sono rimasta a casa. Ho perso le mie qualifiche. Gli strumenti che usavo nel mio lavoro, li ho visti un giorno nel cassone di Santini , erano arrivati, da poco, i Mac. Più adatti, funzionali, perfetti, uniformati. Io un mac non l’ho mai usato. Poco dopo, la vita ci presenta il conto, e mi è toccato fare i lavori più umili: pulire le case altrui, pulire uffici di notte. Arrotondavo, ma ero esausta e triste tornare a casa, vedere i miei figli che giocavano, mettendo soqquadro ovunque, dopo aver lasciato le case altrui pulite, linde, profumate, e in ordine. I miei figli erano bambini felici. Li lasciavo fare. La casa non era sporca, solo in disordine. Ma poi arrivavano le visite inattese o attese dei mie genitori o di amiche ( le cui case erano curate, come bomboniere) e io …avevo un casino in giro, che dovevi scavalcare le cose. Io mi vergognavo come se avessi la peste. Nessuno di loro si prendeva cura di aiutare una madre lavoratrice, a , che so, lavare i pavimenti o stirare ( piegare) le cose nella cesta delle cose pulite. Organizzare il pranzo o la cena. I suoceri, in pensione, sportivi e in buona salute erano più in giro, che altro. I miei genitori venivano alle 4 del pomeriggio di domenica, a farsi servire al cena o a giudicare. Le amiche…non ho mai chiesto aiuto, se non talvolta il ritiro dei pargoli a scuola e di portarli a casa. Non c’era pulmino i primi anni. Mi davo la colpa: viviamo qui, in un paradiso, cosa vuoi ancora? Poi c’erano le attività extrascolastiche: che se non gli fai fare uno sport, sei una madre malata, di certo. Ecco io qui, in un paradiso, rispetto ad altre provincie italiane, ho cresciuto i miei figli a fine anni ’90, inizio 2000. Da sola. Con un marito che lavorava tanto e era sempre assente. Quasi nessuna rete famigliare a sostegno. Ho lavorato sempre. Arrivavo sempre in ritardo a tutti gli appuntamenti, scolastici sportivi, lavorativi. Sempre con il senso di colpa di non essere sufficiente per nessuno, me stessa, figli, marito, società. Poi scattavano i nervi, piangevo incazzatissima, urlavo la mia frustrazione con mio marito, perchè per me, per noi, non c’era mai. Il mio corpo ha cominciato a cedere: ingrassavo e provavo le diete, scendevo di peso, e recuperavo il doppio. Le notti erano troppo brevi e troppo poco riposanti e appaganti. Arrivò il diabete, la schiena, le ginocchia, le spalle, hanno cominciato a urlare. Non stavo mai bene, il mal di testa mi attanagliava 5 giorni su 7. Però facevo tutto. Tutto quello che la società pretende da una donna. Ho riso tanto con i miei figli, sono le uniche cose che salvo di questi utlimi 24 anni. Però…io…. Io tornassi indietro, consapevole di tutta la fatica che ho fatto, di figli non ne fareri più. Non li farei a 25 anni, come invece ho fatto. Con l’incoscienza dell’amore per tutta la vita, l’amore che vince su tutto. Non li farei a 35, non li farei …. Non so cosa sarebbe la mia vita senza di loro. Se avessi potuto scegliere di fare una carriera più soddisfacente. Non lo so e nemmeno ci voglio pensare. Penso solo e ricordo soprattutto la fatica che ho fatto. I giudizi delle persone, anche amiche e molto vicine, senza che muovessero un dito, che si permettevano di giudicare ciò che facevo barcamenandomi tra mille cose, ma mai era abbastanza o fatto come si deve, mai una parola di confornto, se non ” colpa tua: fai troppo. Copla tua, gli fai fare troppo. Colpa tua!”. Quindi alla cara ministra Lorenzin dico una cosa sola: fai meno la brillante, tu che hai fatto i figli dopo i 40, con uno stipendio che ti permette di avere tutto e di più, babysitter specializzate, colf e governanti e autisti. Fai meno la brillante, che ci sono donne che devono lasciare i figli come fossero pacchetti postali, e sperare che mai si ammalino, che non possono perdere il lavoro, che poi come si fa con il mutuo, che hanno dovuto firmare la lettera di licenziamento in bianco, caso mai rimanessero incinte, che viva dio, mica possono recare danno all’imprenditore ignorante! Oppure costrette a fare tirocini e stage mai pagate, perchè con tanto di lauree e master, mica possono fare il medico come si deve! O ancora costrette a scegliere lavori che non amano, che le sminuiscono, che le sottomettono e che si sentono dire dalle babypensionate degli anni ottanta, quelle che fanno ancora più le brillanti di te, cara Lorenzin, che si permettono di dirti che loro hanno fatto questo e quello , ma hanno lavorato 6 mesi e un giorno, e le pensioni, signore pensioni, che percepiscono da trent’anni e più sono pagate da queste ragazze che hanno scelte difficili davanti a loro. E poi c’è quella categoria che di figli ne vorrebbero una squadra di calcio, ma non c’è nulla da fare. Non arrivano. E ti senti uan donna fallita. Se ci sono i soldi migrano in qualche paese dove le regole sulla fecondazione sono più leggere, perchè qui in Italia c’è il giudizio divino di sapientoni e ecclesiasti che rendono tutto più difficile. Cara Lorenzin, hai toppato. Ammettilo. Magari chiedi scusa. Chiedi scusa a tutte le donne. Rimedia cercando di creare una reste di sostegno per le donne che dia garanzia di poter lavorare e mettere al mondo figli senza sentirsi sbagliate, fuori tempo, o escluse dagli aiuti , come è capitato a me. Moglie di un picoclo imprenditore. Mai avuto uno sconto da nessuno. Mai avuto un aiuto, salvo poi vedere che c’erano persone con due lavori provinciali che potevano ottenere di tutto e di più. Ci sono i furbi, i ladri, gli opportunisti in ogni situazione. E anche quelli fortunati. Ma il lavoro che fai Lorenzin, è anche quello di garantire un aiuto ai più, a quelli che l’Italia la fanno girare. Non solo ai pochi privilegiati. Insomma, anche se le scuse potrebbero sembrare inopportune, ricordati, cara Lorenzin, che contribuire alla creazione di nidi aziendali e micro strutture che possano aiutare concretamente le madri, è un passo. Poi ce ne sono altri. Tanti altri. Magari butta l’occhio dove le politiche sociali sono all’avanguardia e funzianono, copia . Non occorre di certo essere innovativi e unici, basta scopiazzare. Penso lo abbia fatto pure tu, a scuola. No? Non difendere questa campagna che pare quella del ventennio di Mussolini. Non è fatta bene. Il tuo messaggio sarebbe buono, ma prima di far sentire in colpa le donne, le ragazze che scelgono di rimandare o rinunciare a un figlio, prova ad attorniarti di persone valide. Gli amici vanno bene per una domencia in compagnia, non per consigliare un ministro sprovveduto, insensibile, e supponente. La brutta figura la fai tu, che rovini il buon nome delle donne.

Fare figli è un atto di incoscienza. Fare figli è un atto coraggioso. Tanto che se arrivano è meglio, perchè di programmarli, non c’è tempo e nemmno le certezze. Questo è il mio pensiero, da sempre.

original

Ho scelto questa foto, tra quelle della campagna del FERTILY DAY, perchè è l’unico triste momento in cui è menzionato il padre. Posizione del missionario, nemmeno un po’ di fantasia, e poi il padre di questi figli che le ragazze dovrebebro fare, dov’è? ah…sì..il maschio lavora. Non è affar suo il crescere i figli. Bene altra scivolata di pura merda, cara ministra Lorenzin.