Ok, va meglio

OK, VA MEGLIO…dicevo…sabato in FB ho postato questa foto del mio prato e scritto questo post, riferendomi al libro che sto leggendo.

PRATO

“Leggo. Il tormento di una donna sterile e molto amata. I pensieri cupi che vengono in una mente che mai si sente al proprio posto. E guardo il mio prato. Quello che immagino da sempre perfetto e verde. Lo guardo. I ciuffi di erba viva e verde escono dalla terra lontani gli uni dagli altri. Se guardi il prato un po’ di traverso pare perfetto. Se ti avvicini vedi tutti i difetti. Tutte le imperfezioni. Nonostante le cure. Nonostante i buoni propositi. Colpa della pioggia. Colpa del sole. Colpa di questo o quello. Ma il lavoro è rovinato. Si deve rimandare al prossimo anno. Ecco che continua il senso di inadeguatezza. Di sbaglio perenne che porto nel DNA. Torno a leggere. Lei lo sa cosa significa toccare il fondo. Lei lo sa. Io non lo so ancora dove sia il mio fondo. Ma ci tocca rialzarci e continuare a seminare. Sperando che la prossima volta il prato del mio giardino possa essere tutto verde, poterci camminare sopra e farti solleticare i piedi. E intanto la vita passa …. gli anni passano … e le rughe incorniciano gli occhi che da azzurri diventano grigi.”

Ok, Va meglio

Ma è vero che da un mese a questa parte, da quando è esploso il sole, da quando lo tsunami mi ha colpito, da qunado l’Everest è crollato sopra la mia testa e sopra la mia famiglia, va meglio.

L’esperto mi ha detto che sto reagendo bene. Che devo buttare fuori la rabbia, dire quello che penso o scriverlo, basta che esca. Che faccia chiarezza con me stessa, in primo luogo e poi con chi mi ha ferito. Sto meglio. Ho ancora dei momenti bui. E’ tornata alla ribalta persino la prima bufera, di dieci anni fa. Mi ha chiesto se mi dava fastidio. Senza pensare ho sorriso, e ho pensato che “I nodi arrivano sempre al pettine!”. Ho pensato a una pulizia profonda, netta. So che ci saranno giornate nere. Le accetterò. Le farò passare, perchè alla fine durano come le giornate buone. Dovrò riuscire a scioglere questo groppo in gola. Dovranno uscire le parole. Gli occhi torneranno a ammirare le vette e la gola riuscirà a dire entusiasticamente, come è sempre stato, che le montagne sono splendide, che i ghiacciai sono poetici, che in qualche vita passata io ho vissuto lì. Non annuirò e sbiascicherò qualche monosillabo. La melodia uscirà. Potrà essere stridente. Ma melodia sarà.

Devo elaborare un lutto, mi ha detto l’esperto. Mi ha confermato tutto anche la Rossa che si insinua benefica nella mia pelle, nei miei musocli, fino a  sfiorare la mia anima con le sue mani. Lei lo sa. Lei è donna. Lei conosce gli animi delle persone che tratta. Lei è Rossa. Forse conosce persino la magia. Sarebbe una strega se vivessimo ancora nei secoli passati. Lei tocca e accarezza i dolori, i nodi in gola, le contrazioni del corpo che urla il propio dolore, ma che non ascolto. Non voglio ascoltare. C’è sempre qualcosa e qualcuno prima delle mie urla, dei miei pianti soffocati.

Ok, va meglio.

Meglio di quel 23 giugno ore 23 circa. Meglio di ogni minuto che sono seguiti. Meglio.

La fiducia si deve ricostruire. I cocci si stanno incollando. Le crepe sono luminose e preziose. Ma sono ancora molli. Deboli. Basta poco per distruggere il lavoro di ricompattare i bordi scheggiati, come se un restauratore recuperasse un vaso antico. Ci vuole pazienza. Tempo. Un lutto dura un anno, si dice.

Spero di fare meglio. Ma se durerà un anno, va bene.

Ok, va meglio.

Ho scritto un messaggio definitivo anche all’altra metà del cielo di quell’abominevole essere vivente. Mi sono tolta il sassolino dalla scarpa, per così dire. Penso che fossero d’accordo, in qualche modo. Ho questa sensazione. Un patto diabolico.

Ci ha voluto fare molto male. Questo non lo scorderò mai. Accadrà che anche questo NODO arriverà al mio pettine. E io sarò pronta. Immagino scene da film. Divertenti, a dire il vero. Dove io incenerrirò con un’occhiata quell’essere diabolico. E resterà solo un mucchietto di sterco. Le sue feci. Il mondo lo sa chi è. L’ha già saputo il mondo chi è e cosa fa. E ci sarà una legge divina che pareggerà i conti. Nulla di tremendo. Solo qualcuno che tirerà le somme, che vedrà chiaramente cosa fare. Senza ferire, senza violenza. Un padre giusto. Una madre perfetta. Che assieme faranno giustizia. Giustizia Divina.

Non sto farneticando. Ho le prove di quello che dico. C’è sempre una giustizia. Anche se non lo sappiamo, non lo possiamo vedere.

E ora continuerò a leggere quel libro. Il travaglio di quella donna. E domani guarderò il mio prato. Non sembra. Ma diventerà verde. Tutto. Interamente. E anche questa sarà Giustizia Divina.

Ok, va meglio. STO MEGLIO. Non è passata. Ma forse il peggio sì. Ok…

 

 

Kintusgi….ad avercelo l’oro con cui colmare le crepe

Il risveglio è il momento della speranza.
Guardi fuori, il sole sta già scaldando questo luglio torrido.
Ti giri, senti respirare, quasi russare chi ti sta accanto.
Guardi i giornali online, i social, rileggi messaggi. E pensi.
Fa caldo. E’ bello il caldo, di solito. E ricordi.
Ricordi estati dove il caldo teneva svegli e si sapeva come passare il tempo. Si sapeva, eccome…..
E poi arrivano estati come questa.
Dove i cocci da raccogliere sono tanti. Alcuni li perdi. Devi tornare indietro, cercarli, altrimenti li puzzle di te stessa non riesce. Rimangono buchi incolmabili. Da dove esce l’essenza di quello che eri.
Ogni giorno ti svegli, ti alzi, ti guardi allo specchio…e gli occhi sono sempre più stanchi e vuoti.
Anche ora, andresti a dormire. Cancelleresti gli ultimi anni, quelli più faticosi, quelli più ingrati, quelli dove ti sei sentita più vuota e sola.
Torneresti indietro. A quell’estate. E scapperesti. Con il vento, che poco sopporti. Ma che forse di avrebbe portato lontano. Lontano e non saresti arrivata qui. Non avresti sviluppato questa sensibilità, questa attenzione, questa finestra aperta dove tutti entrano, dove tutti usano e frugano, dove tutti sono liberi di stracciare la tua anima, schiacciare il tuo cuore, polverizzare i polmoni.
Se il vento ti avesse portato lontano, non lo ameresti, forse?
Forse saresti stata più furba. Avresti sviluppato un sano egoismo. Forse…
e nonostante siano le 10.30 del mattino, stai crollando dal sonno. Vorresti appoggiare la testa e dormire a lungo. Sveglairti solo dopo. Dopo che tutti i pezzi si sono ripozionati perfertamente.
Vorresti solo sapere usare la tecnica del KINTSUGI
Saresti preziosissima.
Saresti unica.
Invece sei solo una delle tante…
Certo,” impossibile da dimenticare, ma difficile da ricordare….”!
Una che può essere usata, tradita, e messa da parte. Tanto lo sanno che barcolli, ma non molli.
Tanto al mattino di un martedì di un caldo luglio, loro dormono. Si svegliano. Escono.
Il loro sguardo nemmeno ti nota. Non notano le domande che ti assillano. Le incertezze che ti tolgono il terreno da sotto i piedi. Non vedono che il tuo respiro è labile, inconstistente, inefficace.
E poi ti alzi, Fa caldo. Un tempo sapevi come occupare il tempo, come iniziare bene la giornata. Era un gioco da fare assieme. Ora il giocattolo è stato usato da latri. E’ stato rotto da latri. E tu…ti alzi, ti guardi allo specchio, non ti riconosci, Non riconosci più i tuoi punti cardinali.
Se avessi l’oro necessario lo useresti per richiudere le crepe, ma le tue mani sono vuote.
Come tutto quello che hai fatto e tentato di fare. Sembra che tutte le strade imboccate, tutte le porte che hai aperto, tutte le scelte operate, portino solo e solamente ai mille a più cocci di te stessa.
La tua stessa CONDIZIONE è il risultato di tutto ciò.
E’ martedì, di inizio luglio, caldo, caldissimo.
Sudi, ma dentro sei morta.
E aspetti la sera. Forse la sera ti è dato di vedere meglio e raccogliere i cocci di te stessa….

LUGLIO, altro capitolo, nuovo inizio?

In ogni momento di cambiamento della mia vita è subentrata una canzone come una colonna sonora.
Di solito era allegra e da cantare a squarciagola, tipo “La canzone del Sole” di Lucio Battisti o “Il tempo di Morire” . Un’ ultima canzone, nel 2005-2006 è stata “Le donne lo sanno” di Ligabue.
E’ iniziato il mese di luglio, chiudendo un mese di giugno da dimenticare, almento per l’ultima settimana.Inizio, appunto. Come se si potesse voltare pagina del libro della propria vita e chiudere un capitolo amaro, triste, doloroso e iniziare un capitolo di rinascita. Per questo ieri ho iniziato a “cercare” la mia canzone di rinascita.
Forse sbaglierò. La canzone arriva da sola, al momento opportuno. Intanto il dolore che causa la mia CONDIZIONE si è acutizzato. E’ evidente.
Io sono arrabbiata. Io sono delusa. Io sono ferita. Ma sono fiera di me stessa e lo voglio urlare al mondo. Luglio è arrivato. Con il suo caldo. Con il sole. Con l’anticiclone bollente.
Ho fatto un incubo stanotte. Mi sono addormantata con la tua mano nella mia.
Scene romantiche. Baci, Carezze. e poi….sul più bello, la porta si apre, entra una figura deformata, scusa in volto, con in testa dei ciuffi imbarazzanti, con la voce stridula, le vesti sono sporche e puzzolenti. Uno zombie, o forse una strega cattiva, quelle delle favole, con le unghie lunche e sporche. La nostra stanza si trasforma. Diventa l’interno del nostro Multivan e SBAAAMM. Tutto finisce. Si fa freddo, buio. Io rannicchiata sul sedile del Multivan che è un anno che non abbiamo più.
E mi sveglio sudata con il respiro corto, lontana da te e da tutto. Mi domando quando finiranno questi incubi.
La mia CONDIZIONE è peggiorata stamattina. Sto cercando la Canzone del mio ennesimo riscatto. La sto aspettando. Per non avere più incubi. Per poter riguardare i miei occhi allo specchio e vederli brillare. Ora sono grigi, tristi. Poter cantare. Poter sorridere. Poter credere di nuovo.

Mi hanno appena comunciato che il mio sito, quello per cui ho pagato, e che ha avuto un sacco di problemi, ora dovrebbe funzionare. Spero possa essere un segno.
Un segno di sblocco. Come la riflessione della mia amica, quella più antica, quella che siamo nate insieme. Nessuna rinascita può avvenire su una bugia, su una corruzione, su un cancro che mina la salute e la vita.
Forse è proprio così. Pulizia e chiarezza.
Ma io voglio tornare a cantare. Voglio la MIA canzone di questa rinascita. Ti aspetto mia cara. e sarai meravigliosa, lo so.

METAFORE

METAFORE

Mi è stato donato un giardino. Me ne sono presa cura fin da subito dato che me ne innamorai all’istante. Era incolto. Pieno di erbacce e piante infestanti. Ma aveva del carattere, aveva un’aurea che prometteva bene.
L’ho ripulito. Ho piantato fiori e seminato l’erba. Ho innaffiato e concimato con cura e gioivo ad ogni miglioramento.
Poi è arrivato l’uragano ROB1. Devastazione. Il giardino era distrutto. La forza dell’uragano aveva scavato una trincea, da cui è emerso un masso di quarzo trasparente, con venature bianche che al sole brillano come un diamante. Con dolore e fatica ho sistemato. Ho salvato il salvabile. Ho aggiunto altri fiori. Seminato l’erba e piantato un Ulivo accanto al masso di Quarzo.
Intanto ho concimato e innaffiato con cura. Ogni tanto arriva qualche temporale, ma il peggio che fa è ammosciare i fiori che si riprendono al primo sole.
L’inverno in questo giardino è quasi magico. La neve lo copre, il silenzio è pieno, il bianco è dominante. Tutto è in attesa, dormiente. E poi arrivano i bucaneve e la primavera sboccia e l’estate riempie le piante di fiori e frutti, diventa riparo dalla calura. Il giardino era bello, ma non era perfetto. mancava sempre di qualcosa, Cercavo di capire cosa fosse, aggiungendo nel corso degli anni piante e fiori, curando ogni dettaglio. Lo amavo, lo curavo, riprendevo le piante ribelli potandole. Passano gli anni. Come accade spesso, ci si abitua ai difetti che talvolta diventano dei pregi, delle peculiarità e il giardino aveva il suo carattere, la propria dignità e le rose fiorivano. Passa l’ultimo inverno, iniziano i lavori di ripristino del giardino.Con fatica, ma c’era qualcosa di positivo nell’aria. Indefinito. Un sorriso, un impegno comune, una speranza. Il giardino stava per rinascere dopo la dormita di un un lungo inverno.
E infine, quando l’erba e i fiori stavano per fare capolino dopo i ghiacci invernali è capitato quello che nessuno vorrebbe mai capitasse al proprio giardino. E’ arrivato un altro uragano. Molto più potente e devastante del primo. L’hanno chiamato ELV1, sembra che sia ispirato a una leggenda che parla di una persona talmente meschina e disumana che quando il suo agire ha colpito tutti i suoi cari, uccidendoli, non gli sia rimasto altro che scappare in un eremo lontano a espiare le proprie colpe, finendo col morire di stenti.
L’uragano ELV1 ha distrutto tutto. Ucciso tutti i fiori, scavato solchi profondi come un uomo nel prato, portandosi via tutto, terra, persino il magnifico masso di quarzo, le piante spezzate e tritate dalla sua forza devastante. Non resta nulla.
Nemmeno i ricordi riescono a cancellare le immagini di devastazione.
Ho bisogno di tempo. Ho bisogno di molto tempo e energie per ripristinare il mio giradino e renderlo tale, che rappresenti la vita e per il quale possa ancora provare l’amore che provai fin dal primo momento.
Non so se ci riuscirò e nemmeno quanto tempo mi serva.
Le ferite devono cicatrizzare. Devo trovare i fiori giusti, le piante migliori. E aspettare che l’erba ricresca e copra i graffi lasciati dall’uragano ELV1.
Ci impiegherò molto tempo. Penso che questa estate sia perduta per ora, Nessun raccolto, nessun fiore da ammirare. Solo l’amaro delle ferite. Diverranno cicatrici, poi l’erba e la vegetazione le copriranno. Pochi o nessuno le noteranno. Ma la luce dei miei occhi si è spenta vedendo quella devastazione.
Sembra che io non possa esserlo. Anche se ognuno ha il diritto di essere felice. Ma sembra che io debba non esserlo.

 

uragani

Ferite

Nel bel mezzo di un momento intimo, famigliare, ecco arrivare un fulmine a ciel sereno.

E di nuovo torna tutto grigio, pesante. Il vento soffia, dirsordina tutto, i capelli, gli oggetti, le idee, i basamenti su cui costruisci i tuoi perchè.
Ci sono persone che entrano nelle famiglia altrui, per fare male, per invidia, per gelosia, per megalomania. E continuano e tornano e ritornano.Le bugie sono quelle più dolorose, che scavano nelle ferite, le infettano, le imputridiscono. 
Le bugie. Le mezze verità insinuano i dubbi.
E il respiro si accorcia, sul petto un macigno. La nausea. Tutto sempre lontano, girare a rallentatore.
Guardi l’erba del prato che cresce e non gioisci. Il ghiaccio ti chiude la bocca. Ti annoda la gola.
E guardi intorno. Cerchi i punti cardinali che sorregogno il tuo mondo.
Non ci sono.
Ci sono persone che sono nate per fare male.
Ci sono persone nate per venire ferite da queste persone.
Il perdono?
Non so se c’è.
Il dolore, la sfiducia sono troppo immensi per capire se si è in grado di andare avanti.
Ti svegli ogni giorno. Annaffi i fiori e il prato. L’erba cresce. Ma la bestia è semrpe lì, come un cancro silenzioso. Se ne esce ogni tanto, tanto per rovinare i momenti migliori. 
Tanto per continaure a fare male, tanto per continuare a ricordarti che lei è  lì. 

Cadi. Ti rialzi. Ricominci.Ma non basta mai.

Non so da che parte iniziare
Vedo le cose, le vedo chiare. Come la casa. Il lavoro. Vedo tutto. Sono certa che tutto sarà perfetto.
…e poi…
mille difficoltà, mille batoste. Cadi. Ti rialzi. Ricominci.
Mille volte.
Ma la casa è ancora un mezzo cantiere
Il mio libro è nell’angolo, aspettando la vena ironica che di solito mi contraddistingue.
Il lavoro… finalmente pare che si faccia sul serio e SBAMMM!!!!
Avvocati e commercialisti sconsigliano qui, suggeriscono l’esatto contrario di quello che stai facendo. Perchè è così che VOGLIO VIVERE e LAVORARE. Incitano a chiedere aiuto qui e lì. Così non sei mai adulto, sei sempre in stato di bisogno. C’è chi lo offre l’aiuto. C’è chi ti offre persino la soluzione quasi perfetta. Ma no… c’è sempre un ostacolo, una porta che ti sbatte sul muro, una montagna da scalare.
Cadi. Ti rialzi. Ricominci.
Ma non basta mai.
Non sapete quanti mi dicono che sono forte,che sono unica, che ho mille e una risorsa, che sono disponibile, intelligente e che risolverò tutti i problemi.
Ma non basta mai.Cadi. Ti rialzi. Ricominci.
Ricomicio acciaccata, delusa, ferita, impaurita, spaesata.
Spesso metto in dubbio tutto. La visione iniziale. Il mio intuito. Il mio essere.
Mi sento sola. Devo sempre chiedere aiuto a qualcuno e devo sdebitarmi e so che sarà impossibile. O quasi.
Non so cosa altro dire.
Non so più da che parte girarmi.
Voglio solo vivere sulle mie gambe.
Come una vera adulta.
C’è chi mi dice: ma cosa significano, secondo te, tutti questi “imprevisti”?
Insinuando il dubbio che tutto quello che “vedo” è scorretto. Impraticabile. Insostenibile.
E mi assalgono immagini terribili: vivrò mendicando.
Che non pagherò i debiti, che ricadranno sui miei figli, sui miei cari. Scene apocatillittiche. Che però non sento “mie” come le mie visioni. Ma mi tolgono il terreno sotto i piedi. Mi impediscono di respirare. Mi impediscono di “vedere chiaramente”.
Resta una spossatezza immensa. Dormirei tutto il giorno.
Fuga dalla realtà, semplicemente.
Lunedì scorso un temporale ha fatto riversare nel mio giardino, in cui stava crescendo l’erba e i fiori stavano ambientandosi bene, tutta la ghiaia delal stradina che porta la maso sopra casa nostra. Ha distrutto settimane, mesi di lavoro.
Questo è un esempio.
Certo, si sistema. si pulisce. Si riordina. Ma i segni restano.
E i miei occhi guardano quelle ciatrici con tristezza.
Il mio cuore si gonfia di pesante dolore.
Questa stradina, frana da tre anni a questa paret a ogni temporale un pochino più forte. I proprietari la sistemano. Ma il disastro continua.
Dovrebbero fare lavori “diversi”. Ora hanno promesso che li faranno, ma intanto per tre estati, fango e ghiaia sono caduti nel cavedio, rendendo il passaggio davanti alle stanze dei ragazzi una specie di fangoso buco sporco.
I prossimi giorni saranno piovosi, forse non troppo.
Questo è l’esempio di quello che dicevo all’inizio. NON SO PIU’ COSA FARE.
Devo lasciare che sia? Che la pioggia distrugga tutto?
Che le mille problematiche supposte mi blocchino la mia voglia id fare impresa con mio marito e ripagare, così, i debiti?

Sono giù di corda.
e non serve a nulla scrivere, o parlare.
questa è una di quelle sere dove è meglio prendere qulache goccia di EN e sperare di dormire a fondo, fino a domani.

Piove. Anzi di più. “L’ALTRA SETE”

Piove. Anzi di più. “L’ALTRA SETE”

Stanotte tuoni e
fulmini. Saette e grandine. E un fiume di fango, ciottoli, sassi e pietre è
sceso dal Maso e si è riversato nel cavedio, distruggendo il mio giardino tra
le pietre.
Davanti, l’erbetta stava crescendo a fatica. Il
caldo torrido ha bruciato tanti semi. Alcuni sono riusciti a sopravvivere. Li
bagnavo con amore tre o quattro volte al giorno. E stanotte il temporale si è
portato via tutto.
Ieri ho finito il libro che mi ha regalato
un’amica per il mio compleanno. Una sorpresa.
Ero con il mio tennista, a San Candido. Il libro
era con me. Ho iniziato a leggere. Lentamente. Il sole della Pusteria mi
scalda.
Io leggo lentamente.
Ogni passaggio esce o
entra nel mio DNA.
Pensieri parole
azioni. Paralleli . Specchiati.
L’amaro in bocca nello
scoprire il marcio. L’ironia nera. 
Cig ronf. Cig ronf. 
La seggiovia scandisce il tempo. 
Cig ronf. Cig ronf. Sale in alto. 
Puf pong panf. Le racchette colpiscono le palline
gialle. Le fanno volare. Rasoterra. In alto. Contro il cielo.
Puf panf pong. Panf
pong. Pong paf. Cig ronf. Puf panf pong. Come piccoli grandi soli. Puf panf
pong. Pong paf. 
Le parole seguono i pensieri. Il battito del
cuore segue i pensieri. Il respiro segue il cuore che segue i pensieri. Il
cervello gira rigira le frasi. I passaggi. I dolori che portano a questa Condizione. Ma io
leggo piano. Lentamente. Non tutti i giorni. Il mio sangue non assomiglia alla
seggiovia. Deve assimilare piano. Alla cima. Alla soluzione. Alla via maestra
ci arrivo piano. Col respiro lento. Con il cuore leggero. Altrimenti tutto
implode. Ma io leggo e come la seggiovia sale e i tennisti giocano e uno di
loro vince. Spero vinca il mio tennista. Mentre io non lo guardo e leggo. E il
sole mi scalda.
Vado avanti.
Leggo più veloce di
quanto pensassi. Sono ai carciofi. I carciofi mi ricordano una cena, un saluto,
tante risate, tante. Ma poi, pochi giorni dopo la morte. L’ultimo saluto. Sono
ai carciofi. Sono a quando Alice dorme insieme a sua madre.
Mi prende la voglia di
scrivere: ogni pensiero potrebbe essere il mio. Ogni immagine che salta fuori
dalla lettura. Ogni supposizione. Ma qual è il mio dolore? Quando arriva
l’ammissione di questa Condizione? La sua intendo. La mia, forse la
conosco.
Sono protetta
da un tetto di sottili bambù. Mentre dietro il monte sale una nuvola di
panna montata e rulla un tuono burlone. 
Cig ronf. Cig ronf.
Panf pong puf. Cig cig cig. Panf pong. Puf pong . 
Palline gialle e
seggiovia. Aria rigenerante . Sole cangiante. Cielo trasparente.
ual è il dolore
scatenante? Forse lo so. E allora abbasso lo sguardo. Ripenso al 2 maggio
di 10 anni fa. Al vuoto sotto i piedi. E a tutto il resto. Ma sono qui. Siamo
qui.
Se non lo fossi, cosa
cambierebbe? Cosa sarebbe andato diversamente in questi 10 anni? Non lo saprò
mai. 
E forse non è nemmeno
questo il mio dolore. Forse è qualcosa di atavico. Di uterino. Di lontano. Di
come mi sono sempre sentita fin da piccola. Mai abbastanza. Mai approvata. Che
voglia di scrivere. Tirare fuori.
Scolpire il marmo
bianco fino a far uscire l’opera d’arte. Togliere l’inutile. Eliminare il
superfluo. Ma io faccio fatica a buttare un Tempo usato. Come si fa ad
eliminare sentimenti, immagini, rifiuti, superficialità, banalità. Un Tempo
usato, pieno di muco. Contro una vita alla ricerca di essere all’altezza.
Quanto tempo ci vuole?
Quanti Tempo ci vogliono?

E di notte arriva il
temporale che devasta il mio giardino. Che anticipa l’uragano che colpirà il mio giardino tra qualche
giorno….